La nostra opinione su Senjutsu: "Un viaggio inedito, che ha per destinazione il cuore di noi fans"

Aggiornamento: set 3





Ci siamo, il grande giorno è arrivato.


Dopo 6 lunghi anni di attesa potere ascoltare questo nuovo album degli Iron Maiden è un'emozione incredibile. Sembra una vita fa che cercavamo su Instagram e Facebook le prove che la band era in studio a registrare, e in effetti per come sono cambiate le nostre abitudini rispetto al 2019 il termine "vita" può essere corretto. Per noi, che ogni due anni abbiamo un appuntamento dal vivo con la band, vedersi posticipare per ben due volte il concerto è stato un dolore assurdo. E ormai ci eravamo già rassegnati ad ascoltare il tanto agognato lavoro in studio fra più di un anno.


Fortunatamente, andando contro ogni sua logica, il gruppo ha deciso di allietarci questa pausa forzata con Senjutsu. Quando Bruce aveva iniziato la campagna pubblicitaria per Writing on the Wall ormai quasi due mesi fa, non potevamo credere che stava accadendo realmente qualcosa. E ora siamo qui, con Senjutsu fra le nostre mani. Solamente questo fatto, a nostra visione, è abbastanza per renderci imparziali, che lo vogliamo o meno. Perché sì, per quanto proveremo a dare un giudizio oggettivo a questo doppio album, è innegabile che le emozioni giochino una grossa parte in tutto ciò. In primis, perché non siamo recensori, vogliamo solo condividere la nostra opinione. Detto questo, considerato che stiamo parlando degli Iron Maiden forse non è nemmeno giusto concentrarsi solamente sull'oggettività della musica. La band di Steve Harris da sempre ci ha abituato a ricevere più che semplici riff o ritornelli. Ci consegna ricordi, attimi, gioia, felicità. E Senjutsu non è da meno. Anzi, oseremmo dire che con questo album i Maiden, di emozioni, ce ne regalano più che con qualsiasi altro. Forse perché sarà l'ultimo, forse perché lo abbiamo atteso per tanto. O più probabilmente perché è semplicemente unico. Abbiamo chiarito quindi che questo sarà il nostro punto di vista, e siete liberissimi di non essere d'accordo. Tuttavia, alcune cose rimangono innegabili. Ad esempio, è oggettivamente stato creato cavalcando un'onda di ispirazione senza precedenti negli ultimi anni. Qui raramente troviamo ripetizioni infinite di fraseggi e riff, e quando ci sono hanno senso nella costruzione del pezzo. I ritornelli non sono composti solamente dal titolo della canzone urlato al cielo (alcune di queste tracce nemmeno ce l'hanno un ritornello!) ma da vere e proprio frasi.

Inoltre, nelle 10 composizioni possiamo trovare 10 stili diversi. Si passa infatti dalle sonorità più classiche ad alcune più pesanti mai provate prima dai Maiden, dalle melodie celtiche a quelle rock anni '70, da pezzi cupi e oscuri a ballad energiche che molte band avrebbero trasformato in canzoni d'amore. Nonostante ciò, i due dischi non contengono mai un momento in cui dici "Ma cosa c'entra questo?". Al contrario, l'ordine dei pezzi permette all'ascoltatore di immergersi in un viaggio sorprendente, apprezzabile in ogni tappa.


Perché si, Senjutsu è un viaggio, un viaggio verso il cuore di noi fans. Qualcuno potrebbe sbarrargli la strada, ma la direzione rimane quella.


Il fatto che il gruppo abbia praticamente abbandonato la classica struttura intro-strofa-ritornello-assolo-ritornello x2 è giustificabile da una voglia di sperimentare, di non adagiarsi su di un terreno ben conosciuto, di mettersi ancora in gioco dopo più di 40 anni di carriera. Questo è solamente da rispettare, a prescindere che vi piaccia o meno la direzione che gli Irons hanno preso. Ciò non vuol dire che stiamo parlando di qualcosa completamente innovativo: si sente che sono gli Iron Maiden. Anzi, probabilmente Senjutsu è il sunto di tutto quello che Arry e compagni han fatto dall'inizio della loro carriera ad oggi, unito ad una spruzzata di novità che ci lascia ben sperare per il futuro.


È tempo di entrare nello specifico, e dal momento che ogni canzone è a suo modo unica, crediamo che il modo migliore per farlo è con un bel track-by-track. Un po' di didascalico forse, ma cercare di evidenziare ogni caratteristica in un riassunto generale è quasi impossibile. Inoltre, la maggior parte di voi conosce già memoria il disco, e suddividere per parti la nostra analisi vi aiuterà sicuramente ad immergervi meglio. Per cui, iniziamo!



SENJUTSU

(SMITH / HARRIS)

8:20


Si parte così, con quello che probabilmente è il pezzo più pesante dei Maiden. Colpi secchi di batteria introducono un riff veramente cattivo, che ci conduce verso una linea vocale da brividi, cantata ovviamente da Bruce. La doppia voce aiuta a conferire alla canzone un'atmosfera veramente malvagia e pesante. Il ritornello è spettacolarmente drammatico, anche grazie all'ausilio di tastiere, che in questo album per quanto siano presenti non risultano mai invasive. E alla fine del terzo ritornello ci rendiamo subito conto che qualcosa è cambiato: la traccia non termina, ma continua con una linea vocale inedita fino a quel punto, che esplode in altre (nuove) strofe dal sapore decisamente drammatico, come se la sorte dei guerrieri di cui si parla nel testo fosse già scritta. Dopodiché ecco che partono gli assoli, seguiti dalla voce di Bruce. Un ultimo assolo ci conduce verso la fine del pezzo: tutto è perduto, è finita. Purtroppo, anche la title track è giunta a conclusione. Nonostante i suoi 8 minuti di durata, questa originalità nella struttura alleggerisce il tutto, facendola sembrare inferiore di qualche minuto. Discorso questo che si può ripetere per la maggior parte delle canzoni presenti in questi due dischi.

Nicko e Bruce protagonisti assoluti.


STRATEGO

(GERS / HARRIS)

5:00


Questa l'abbiamo imparata a conoscere bene, essendo il secondo singolo proveniente da Senjutsu. Un ritorno alle sonorità di una volta, con un ritornello davvero interessante e qualche tocco di novità a condire il tutto. Questo è l'esempio perfetto di come l'ordine dei brani qui giochi una parte importante: Stratego annienta totalmente la tensione drammatica della title track, rinnovando nuovamente l'attenzione dell'ascoltatore.

Bruce sembra rimanere più indietro nel mix, ma visto che è l'unico momento in cui si può notare (almeno così chiaramente), probabilmente stiamo parlando di una scelta della band stessa. Un buon testo che ancora una volta ci racconta le conseguenza che ha la guerra sulla mente di un soldato.



THE WRITING ON THE WALL

(SMITH / DICKINSON)

6:13


Di questo pezzo si è già detto tutto, quindi andiamo molto veloci. Un inedito stile southern rock apre il brano, che si trasforma ben presto in un inconfondibile mid-tempo dei Maiden. Il ritornello, per quanto banale, è decisamente efficace, e dal vivo sarà cantato da tutto lo stadio. La melodia dopo il primo assolo è già un classico della band, così come l'assolo di Adrian, uno dei più ispirati della loro discografia. Sì, per noi può competere con quello di Stranger in a Strange Land.



LOST IN A LOST WORLD

(HARRIS)

9:31


Ed ecco un'altra novità per il catalogo del gruppo. O forse no? Del resto, questa canzone urla The X Factor dall'inizio alla fine, soprattutto nel ritornello e nello stile delle melodie. Non allarmatevi, è sicuramente superiore a tutto quel disco. Forse perché, anche qui, si è cercato di unire elementi nuovi ed alcuni già conosciuti, creando qualcosa senza precedenti per gli Irons. Certo, non si tratta del pezzo più innovativo della band, ma è comunque apprezzabile che si sia attinto a certe sonorità che, all'epoca, non furono per niente apprezzate.

L'inizio acustico è da brividi, con quegli "Aaaahaaah" sussurrati da Bruce che ci portano in un mondo etereo. La strofa non è delle più ispirate ma, proprio quando si teme che il meglio sia già passato, ecco che un pre-ritornello (lo possiamo chiamare così?) si introduce in maniera molto calma e quasi inattesa, e vi sfidiamo a dire che non vi scuote almeno un po' l'anima. La voce pacata di Bruce, accompagnata dalla fidata chitarra di Janick, ci regalano delle melodie veramente toccati, che esplodono in un ritornello da stadio come pochi altri. Da qui in poi si susseguono riff su riff magari ripetuti un po' troppo, ma che essendo intervallati l'un l'altro non stancano. Ma, se possiamo permetterci, il vero spettacolo arriva con la fine della canzone. Tutto ritorna calmo per prepararsi nuovamente alla melodia del pre-ritornello, qui cantata con ancora più sentimento e più a lungo. Per un fan che ama tutti i periodi della band, qui c'è solo da commuoversi. E noi non siamo riusciti a trattenere le lacrime. Non perché sia qualcosa di veramente geniale o bello, semplicemente funziona totalmente. Un ultimo saluto di un indiano (?) che è allo stesso tempo un momento di speranza per quello che verrà dopo. Un'altra melodia non avrebbe mai creato lo stesso effetto.



DAYS OF FUTURE PAST

(SMITH / DICKINSON)

4:03


Prima collaborazione dello storico duo, che però a nostro modo di vedere non riesce completamente. Si tratta sicuramente di un buon pezzo, apprezzabile soprattutto da chi ama i Maiden più diretti e classici. La linea vocale per quanto semplice è molto curata, così come le parti di chitarre. Tuttavia dà la sensazione di già sentito, e in effetti sembra una versione alternativa di When the River Runs Deep. Il concetto alla base, del resto, è lo stesso. Ripetiamo, non è brutta, ma se dovessimo scegliere una canzone di Senjutsu prenderemmo sicuramente altro. L'accelerata alla fine dell'ultimo ritornello, comunque, non può che strappare un sorriso.



THE TIME MACHINE

(GERS / HARRIS)

7:09


Siamo nel 2021. Quale occasione migliore per sperimentare sonorità anni '70? Perché sì, questo pezzo per certi versi ricorda molto uno dei Blue Oyster Cult. E non lo diciamo in maniera sprezzante, anzi (del resto stiamo parlando di una macchina del tempo). E, grazie a questo revival, anche qui abbiamo qualcosa di innovativo nella discografia della band. Pensandoci così su due piedi, forse la cosa che più si avvicina a Time Machine è Prodigal Son, soprattutto per le chitarre acustiche che si aggiungono nel ritornello.

Unica "pecca" della canzone? Il riff che fa partire la terza parte è palesemente quello del pre-ritornello di Book of Souls. Che è spettacolare, sia chiaro, ma visto che in questo album non si nota certo una mancanza di idee perché non sprecare qualche minuto a crearne un altro? Va detto che già all'epoca di Book of Souls Janick aveva dichiarato di aver avuto materiale scartato, quindi non ci sorprenderebbe sapere che questa era una versione embrionale della title-track del 2015 (anche l'intro acustico è per certi versi simile, nonostante sia un marchio del chitarrista ((basta ascoltare The Legacy, The Talisman e, appunto, Book of Souls)) ).



DARKEST HOUR

(SMITH / DICKINSON)

7:20


Arriviamo ad una delle candidate ad essere la migliore canzone del disco (o la seconda, visto che sicuramente il primo posto è già occupato... ma ne parleremo dopo!).

Come descrivere questo pezzo brevemente? Prendi Taking the Queen del Bruce solista, mettila sul suo album Chemical Wedding e falla suonare dai Maiden. Nel frattempo, aggiungi uno Smith pauroso e un testo da magone.


La prima power ballad della band (se non contiamo Wasting Love, che probabilmente è più accostabile ad una ballad classica) è un successo incredibile. Come già accennato, la mancanza di una struttura definita fa sembrare i pezzi di Senjutsu molto più brevi di quanto siano veramente, e qui funziona al 101%. Gli assoli sono veramente spaziali, tra i migliori del gruppo. Bruce fa paura, sia come interpretazione che come prestazione. Nicko e Steve non si lasciano frenare dall'apparente semplicità del pezzo, unendosi perfettamente al resto del gruppo.

Bisogna dare nota anche all'intro/outro della canzone. Onde del mare e gabbiani ci conducono verso l'inizio del brano, e presto ci accorgiamo che il verso dei pennuti viene portato avanti da Adrian. In quanti pezzi potete dire che la chitarra fa il verso del gabbiano?!



DEATH OF THE CELTS

(HARRIS)

10:20


Come abbiamo detto all'inizio, è chiaro che i Maiden vogliano ancora mettersi in gioco e superarsi. Allora quale terreno di sfida migliore di tre pezzi da oltre 10 minuti scritti interamente da Steve a chiudere l'album, soprattutto quando la critica più quotata tra i fans di vecchia data riguarda l'eccessiva lunghezza dei brani a firma Harris?

Non solo: il trittico si apre con una canzone che già dal nome sembra essere soltanto una The Clansman 2.0. Verrebbe da chiedersi quale sia il senso di questa traccia, soprattutto quando l'inizio conferma sembra confermare questa teoria.

Bene, saremo onesti: noi per primi abbiamo cercato di non farcela piacere. Concettualmente non ha il minimo senso di esistere, e se l'avessimo data per buona saremmo stati etichettati come fanboys. E probabilmente siamo dei fanboys, ma solamente perché i Maiden ci rendono tali. Ascoltando questo brano infatti non sembra di assistere al seguito di The Clansman, quanto piuttosto ad un remake. E al contrario di quelli hollywoodiani, questo è addirittura migliore.

Non solo per il fatto che la produzione sia di gran lunga superiore a quella di Virtual XI, non solo perché questa volta abbiamo Bruce (non ce ne voglia il buon Blaze!), ma perché è semplicemente una vera e propria gemma, soprattutto nella parte finale, in cui si sprecano riff e melodie che si ripetono il giusto e lasciano subito lo spazio ad altre. Probabilmente qui abbiamo un record per quanto riguarda la quantità di fraseggi di chitarra/basso. Ma anche l'inizio non scherza, con Bruce che, a livello interpretativo, ci regala la sua migliore performance su questo disco. La voce graffiante e accattivante ci racconta della fine dei Celti, accompagnata da una band che fa rivivere tremendamente bene le atmosfere che ricolleghiamo a quel mondo. Sulla parte strumentale si possono solo sprecare i complimenti, con prestazioni che non sfociano mai nel puro virtuosismo ma che arricchiscono davvero il brano. Steve su questo brano è grandioso come poche altre volte.



THE PARCHMENT

(HARRIS)

12:39


Per quanto tutti i pezzi scritti solamente da Steve in questo album inizino in maniera lenta e acustica bisogna specificare che non sembra assolutamente di sentire una ripetizione. Mentre alcune volte in passato questi intro si sono rivelati superflui, qui sono davvero necessari, e creano ognuno un'atmosfera diversa. Quello della traccia precedente ci portava nel mondo celtico, questo invece ci conduce in un antico mondo fatto di oscurità e tiranni.

Vi sfidiamo a dire che l'attacco della band non vi ha fatto venire un colpo la prima volta che lo avete ascoltato. Anche in queste piccole cose Steve cerca di rinnovarsi. Quello che parte dopo è un riff semplice e "pesante", non come cattiveria ma proprio come atmosfera. Qui più che mai le tastiere giocano una parte davvero importante, la quale contribuisce in maniera imponente al clima del pezzo. Bruce canta in maniera quasi inquietante e con tono oscuro e deciso, mentre il pezzo si sviluppa con melodie su melodie. Questo probabilmente è il brano con più ripetizioni, ma funzionano, tenendo viva la tenebra che alberga in questa traccia. Poco dopo la metà possiamo sentire un Dickinson che canta in maniera pressante sopra alla chitarra di Janick, avvalendosi talvolta di doppie voci per enfatizzare alcune parole. Questa parte dura tanto, specie la prima melodia, ma vorresti che non finisse mai. La parte finale del pezzo, comunque, spezza tutta la tensione, trasformandosi in un epico up-tempo che porta ad un duello di assoli, riff di chitarre e tastiere. Impossibile non cimentarsi nell'air guitar qui, così come è impossibile stare fermi mentre la band dà sfogo a tutte le proprie capacità.



HELL ON EARTH

(HARRIS)

11:19


Siamo alla fine del viaggio.

Ci sono molte canzoni qui che possono essere considerate le migliori dell'album, ormai lo avrete capito. E potremmo essere d'accordo con la vostra personale scelta... a patto che la mettiate DOPO Hell on Earth.


Qui Steve si gioca tutto, e stravince. L'ultimo pezzo del disco, l'ultimo brano del suo trittico finale è, senza giri di parole, uno dei migliori degli Iron Maiden, di sempre.


Vi sveliamo una curiosità: dal momento che TUTTE le recensioni, anche quelle fatte da esperti amici fidati, concordavano sul fatto che questa composizione fosse davvero l'inferno in terra, alla fine di The Parchment ci siamo dovuti fermare; già le emozioni erano tante, non avremmo retto una bomba del genere. E niente: abbiamo fatto bene.


Non solo qua melodie e idee si sprecano, ma sono tutte da 10 e lode. L'inizio onirico fa sognare, e soltanto una bella galoppata come solo i Maiden sanno fare ci riporta coi piedi per terra (anche perché l'ingresso è decisamente "forte"!). Da lì in poi è un susseguirsi di riff da lacrime, non per l'atmosfera che creano come poteva essere in Lost in a Lost World, ma perché sono banalmente stupendi. Semplici, ma grandiosi. Così come sono grandiose le linee vocali cantate da un Bruce superlativo. Non vogliamo ripetere ancora una volta che le melodie sono fuori dal mondo, anche se dovremmo. Ci limitiamo a dire che il ritornello è uno dei migliori mai scritti dalla band, gioia pura che contrasta con la cupezza del testo. E la parte finale... difficile descriverla a parole, quindi dovete ascoltarla. Non ci prendiamo responsabilità per braccia slogate a furia di alzarle come se foste ad un concerto.



Ed ecco che l'outro di Hell on Earth ci accompagna verso la fine di Senjutsu. Come vi avevamo detto, non è sicuramente la recensione più imparziale che leggerete. Ma siamo sinceri: come si può essere totalmente oggettivi con un disco del genere, composto da una band che ha oltre 40 anni di attività? Magari qualcuno ci riesce, qualcuno che non nutre il nostro stesso amore per i Maiden, e noi potremmo essere comodamente essere definiti dei fanboys. Ma pensateci un attimo: i Maiden hanno forgiato questi fanboys, creando dischi spettacolari; se ci sono anche i fanboys dell'ultimo periodo, non vorrà dire qualcosa?


Ed è proprio riguardo alla definizione di "periodo" che vogliamo chiudere. Una recensione in particolare ha definito Senjutsu il fulcro di tutti gli album nuovi. Permetteteci di dissentire. Un album così, per quanto peschi a piene mani dai lavori della reunion, è il fulcro di tutti i Maiden. Avrete notato che non abbiamo mai richiamato altri dischi durante la nostra analisi; questo perché è davvero difficile accostare uno di questi brani ad altri del passato, in quanto probabilmente si dovrebbe dire "è un miscuglio tra le sonorità di Brave New World, quelle di Powerslave, l'epicità di Book of Souls..." e via dicendo. E tutte queste influenze, ovviamente, vanno a unirsi, formando ciò che i Maiden sono oggi con Senjutsu. Sono gli stessi di Somewhere in Time e allo stesso sono qualcosa di nuovo, sempre sotto il comando fidato di Arry (e Eddie).

Che vi piaccia o no, Senjutsu è la prova che gli Iron Maiden non fanno musica perché devono farla, ma perché vogliono farla. E di idee ne hanno ancora tante.


Chiudiamo rubando una frase di un'altra recensione:


"Gli Iron Maiden sono ancora i re del metal. Possano regnare a lungo!"